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Fiducia: il nesso tra relazione e conflitto nelle organizzazioni

Non c’è angolo del mondo in cui non ci siano conflitti.
In famiglia, a scuola, in azienda, nella vita sociale e politica, nell’economia e nelle religioni, siamo chiamati tutte e tutti a trasformare positivamente l’energia dei conflitti, prima che essa diventi distruttiva.
Gli ostacoli e le avversità della vita personale e lavorativa ci vedono in affanno, paralizzati, disillusi. Ma come si potrebbe affrontare l’oggi – e tanto più il futuro! – senza fiducia?
E noi conosciamo la fiducia? Come nasce, come cresce, come resiste, soprattutto quando entra in crisi e sembra perduta? E il conflitto, può essere un generatore di fiducia?
Proviamo a dare risposte a queste domande.

In un mondo del lavoro iper-complesso e ad alta densità tecnologica la fiducia è centrale per costruire ambienti organizzativi sani e produttivi.
Essa non si genera spontaneamente, non è qualcosa di scontato: si costruisce, si alimenta e, soprattutto, si mette alla prova nei momenti di difficoltà e conflitti.

Negli ultimi decenni viviamo un cambiamento culturale che spinge verso una considerazione della persona a 360° e porta la soggettività e i vissuti interiori in primo piano. In tutto questo è proprio la relazione delle persone con il lavoro che si sta trasformando.
I leader aziendali hanno una responsabilità cruciale nel creare ambienti in cui vivere il conflitto come esperienza naturale da conoscere e affrontare e in cui la fiducia possa prosperare.
Questo significa sviluppare culture (abitudini) organizzative che valorizzino il dialogo aperto, promuovano la trasparenza e incoraggino il feedback costante.
Le aziende devono sviluppare spazi in cui i collaboratori si sentano liberi di esprimere opinioni e critiche senza il timore di ripercussioni negative.

Differenze di opinioni, obiettivi divergenti e tensioni tra team fanno parte della quotidianità aziendale.
Quando però il conflitto è affrontato sia con l’intenzione di risolvere i problemi che di tutelare le relazioni diventa una leva strategica per stimolare la creatività, migliorare il clima e potenziare la performance complessiva.
In un ambiente autentico le aziende possono favorire la costruzione di un patto di fiducia duraturo tra colleghi, manager e stakeholder, creando una rete di supporto reciproco simile a quella dei trapezisti: solo lasciando la sicurezza della barra e fidandosi dell’altro è possibile realizzare evoluzioni straordinarie.

È prioritario creare dei veri e propri habitat relazionali generativi, dove ci sia spazio per il dissenso e per accogliere le istanze, per esempio, di generazioni con differenti bisogni.
In cui sia possibile esprimersi con maggiore autenticità in un ambiente professionale più collaborativo e circolare che stimoli il senso di appartenenza e l’engagement.

L’agire umano all’interno del contesto organizzativo ha bisogno di sviluppare la consapevolezza della propria e dell’altrui unicità (parliamo di co-esistenza di unicità piuttosto che di inclusione di diversità), di fare i conti con “l’altro/a differente da Sé” e gestire la complessità che ne deriva.
Dare fiducia significa assumersi una buona dose di rischio: è un porsi nei confronti di “perfetti sconosciuti” ai quali si sente di dover dare una chance, senza certezze né garanzie.
Fiducia è un’operazione di ragionevole ottimismo, non un atto di cieca sicurezza nell’altro; è la scelta consapevole di credere nella possibilità di comprendersi e di trovare un punto d’incontro, nonostante le differenze…. la fiducia è la forza del “nonostante”.

Le persone che costruiscono una relazione nuova, cominciano a investire fiducia.
E lo fanno condividendo una cosa di cui si parla pochissimo in azienda: la vita intima, la vita interiore.
Le aziende che riescono a integrare la fiducia nelle loro dinamiche interne e a renderla  una mentalità che permea ogni aspetto della vita personale e professionale, costruiscono team più coesi, resilienti e motivati, capaci di affrontare le sfide con spirito di collaborazione.

Nei conflitti delle nostre società viviamo di incomprensioni, allontanamenti, prese di posizione e distanze che generano diffidenza e sospetto, l’opposto della fiducia.
E pensare che in questi scenari servirebbe davvero poco: uno spazio, un tempo da dedicarsi e donare all’altro e poche regole del gioco, così da rendere possibile un incontro fatto di ascolto dell’altro e racconto di sé.
Sono questi gli antichissimi ingredienti per iniziare a costruire la relazione che sta alla base della cooperazione e della crescita, nelle aziende come nella vita di ognuno di noi.

Autore Stefano Isacchi – Direttore Generale Rondine, Cittadella della pace.
Con oltre 30 anni di esperienza nella gestione delle risorse umane e nello sviluppo organizzativo, ha ricoperto ruoli di leadership come HR Manager ed Education Manager in organizzazioni profit di diverse dimensioni e settori, tra cui consulenza direzionale, turismo e cosmesi. Dal 2019 è Direttore Generale di Rondine Cittadella della Pace, un’organizzazione riconosciuta a livello internazionale per il suo approccio innovativo alla gestione dei conflitti, il Metodo Rondine. Questo metodo si concentra sulla costruzione di fiducia e relazioni autentiche attraverso un mix di educazione, formazione e ricerca. Rondine forma nuove generazioni di leader capaci di promuovere dialogo, convivenza pacifica e collaborazione internazionale, creando un impatto concreto nella trasformazione dei conflitti e nel miglioramento delle relazioni organizzative e sociali.